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Benessere Animale ...

Gli animali soffrono ?

Enrico Moriconi, Medico Veterinario Dirigente SSN, Componente Comitato Scientifico Nazionale Legambiente, Presidente A.S.Ve.P - Ass. Culturale Veterinaria di Salute Pubblica, Componente Comitato Scientifico Antivivisezionista, Consigliere regionale, Aprile 2005

Gli studi sull'anatomia e sulla fisiologia permettono di affermare che tutti gli animali possono provare le sensazioni di dolore.
Questa è una affermazione che rientra già nella sfera della morale. Sulla base delle conoscenze scientifiche, infatti, saremmo portati a pensare all'animale più o meno come a una macchina, un insieme di organi e di collegamenti fisiologici. Si pensa e si studia l'animale come se si trattasse di un sistema trasmittente artificiale, quindi si esamina il funzionamento e le sue conseguenze immediate ma non già l'insieme dell'organismo. Si studia il fenomeno fisiologico del dolore e della risposta dell'organismo vivente senza mai entrare nel merito delle sensazioni dolorose effettivamente percepite dall'animale.
In tutti gli animali, uomo compreso, i recettori delle eccitazioni dolorose sono delle terminazioni nervose libere ripartite in tutto l'organismo. I punti recettivi sono distribuiti nella pelle, nei muscoli nei tendini nelle articolazioni nel periostio nei denti, ecc. La maggior parte dei visceri come l'encefalo, i reni i polmoni ne sono sprovvisti, al contrario delle sierose che li ricoprono e che sono all'origine della maggior parte dei dolori che si sentono nelle grandi cavità (addome, ad esempio).
E' importante sapere che non esistono eccitanti specifici della sensibilità dolorosa, tutte le azioni nocive di natura meccanica, chimica, termica, ecc. diventano dolorose quando raggiungono un certo grado di intensità. La facoltà di localizzazione del dolore è debole, il dolore è meglio localizzato quanto più vi sono altri recettori nel territorio poiché essi sono ugualmente sollecitati dallo stimolo.
Come noto le stimolazioni dolorose producono effetti sul sistema vegetativo. Determinano midriasi, cioè allargamento della pupilla, aumento della pressione sanguigna, accelerazione del polso, attivazione di quasi tutti gli organi a innervazione vegetativa. Reciprocamente il sistema vegetativo può influire sulla sensibilità al dolore inducendo una iperestesia, cioè maggiore sensibilità, o una ipoestesia cioè minore sensibilità.

Le conoscenze attuali permettono di affermare con certezza che tutte le specie animali sono in grado di provare il dolore. Più precisamente lo studio dell'anatomia e della fisiologia, degli organi di senso centrali e periferici collegati tra di loro da fibre nervose, ci porta ad affermare inequivocabilmente che ogni animale, dal più semplice al più complesso, è in grado di provare la sensazione del dolore.
Gli esseri inferiori nella scala evolutiva non soffrono meno di quelli superiori
Evidentemente la struttura anatomo-fisiologica varia da specie a specie, diventando più complessa man mano che si sale la scala tassonomica, ma per ogni specie l'apparato nervoso è il più funzionale per quel tipo di organismo, al punto che per tutti il sistema nervoso è quello che permette il funzionamento del corpo. Non esiste vita che non abbia questa strutturazione costitutiva. Ne discende che ad ogni livello, quindi, ogni individuo può provare il dolore massimo che il suo apparato sensorio è in grado di percepire.
Si tratta evidentemente di conclusioni fatte sulla base di un ragionamento sia deduttivo sia induttivo, nel senso che alcuni animali sono in grado di denunciare il dolore con i lamenti, ma non sempre e non in maniera uguale in ogni specie, mentre alcune specie non sono in grado di effettuare questo atto, si pensi ai pesci e dunque di comunicare il loro stato di sofferenza in un modo a noi comprensibile. La nostra incapacità di comprendere il manifestarsi di stati dolorosi in specie diverse da noi ha notevolmente condizionato la ricerca in questo senso. L'abbiamo ignorata perché incapaci di riconoscerla.

Sulla base delle conoscenze scientifiche oggi si può invece affermare che non ha senso dire che un organismo inferiore prova meno dolore di un altro, certo la maggior complessità permette sia una maggiore finezza di movimenti sia un più vasta gamma di sensazioni dolorose e di piacere, ma nella singola specie il dolore e la sofferenza saranno massime per ogni singolo essere. Cioè la sofferenza di una cavia potrà essere massima per l'animale esattamente come lo può essere per un cane un elefante o un gatto.
Così ad esempio non si può dire che una chiocciola che è dotata di elementari sistemi sensoriali provi meno dolore di un individuo più complesso, perché i suoi organi saranno in grado di sentire gli stimoli dolorosi al massimo livello che sono in grado di recepire e di trasferire. Insomma una chiocciola sentirà tutto il dolore che il suo corpo è in grado di recepire, esattamente come un mammifero o un individuo umano è in grado di sperimentare il livello massimo di sofferenza possibile al suo corpo.
Il concetto di una gradualità della sofferenza è presente nella legislazione italiana in quanto nel decreto legislativo 116\92 che regolamenta la sperimentazione con gli animali si dice che è preferibile utilizzare animali di classificazione più bassa sulla scala tassonomica con ciò sottintendendo che essi possano raggiungere livelli di dolore inferiori rispetto a quelli più evoluti.

La sofferenza fisica e quella psicologica

Vi è ancora chi sostiene, sulla scia del pensiero tommaseo, che l'animale soffre meno perché non sa di dover soffrire. Cioè quando prova dolore l'animale non sa quello che succede dopo, se cioè il dolore può continuare o no, così come di fronte ad una minaccia non sa se nel futuro questa si tradurrà o meno in una sua sofferenza. Consapevolezza che invece è presente nell'essere umano e ne aumenterebbe la sofferenza.
Per quanto questa affermazione abbia un fondo di verità, pure sminuisce il nostro livello di comprensione del problema. Infatti, la sofferenza psicologica dell'uomo è certamente una possibilità in più ma ciò non toglie che l'animale è in grado comunque di soffrire. L'incapacità dell'animale di prevedere il dolore non lo sottrae certo dal patimento fisico nel momento in cui si manifesta. In ogni caso, gli studi etologici ci dimostrano che l'animale, pur non potendo prevedere il dolore e il patimento futuro, sono perfettamente in grado di provare la sofferenza psicologica che deriva da una condizione di stress e di maltrattamento, quindi sono in grado di provare dolore fisico ma anche psicologico.
Dal punto di vista pratico il riconoscimento della capacità di provare dolore fisico e psichico rende particolarmente evidente l'arbitrarietà della distinzione antropocentrica tra animali ai quali garantire dei diritti e animali da escludere da tale tutela. Se è forse inevitabile che si cominci con la tutela di alcune specie, come quelle d'affezione, le conoscenze raggiunte dimostrano che le distinzioni che abitualmente facciamo si basano su considerazioni di convenienza puramente umana e non trovano rispondenza nella realtà anatomica e fisiologica degli altri esseri viventi.
A dimostrazione di questo si può ricordare la stessa definizione di benessere utilizzata dall'OMS, cioè l'Organizzazione Mondiale della Salute, il più alto organo internazionale in materia, per il quale il benessere "è lo stato di completa sanità fisica e mentale che consente all'animale di stare in armonia con il proprio ambiente".
Questa definizione richiama alcuni concetti fondamentali che sono anch'essi racchiusi nell'etologia, infatti ammette che sia possibile un benessere (e quindi una sofferenza) non solo fisico ma anche mentale, cioè psicologica ed infine che questa dipende dal rapporto armonico con l'ambiente. Chiaramente, per la legge dei contrari, la qualità scarsa dell'ambiente può diventare motivo di sofferenza e malessere.

Sulla base delle considerazioni fin qui svolte, data per certa la capacità di provare dolore, è chiaro l'accettazione delle situazioni che inducano malessere negli animali è un fatto che riguarda la coscienza di ciascuno.


 
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