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Animali liberi senza ripari ... |
Enrico Moriconi, Medico Veterinario Dirigente SSN, Componente Comitato Scientifico Nazionale Legambiente, Presidente A.S.Ve.P - Ass. Culturale Veterinaria di Salute Pubblica, Componente Comitato Scientifico Antivivisezionista, Consigliere regionale, Aprile 2005
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Sempre più spesso si sente porre la questione circa l'opportunità di mantenere gli animali liberi nell'ambiente senza fornire loro un riparo dalle intemperie.
Esistono, a questo proposito, posizioni tra loro molto discordanti...
Vi è chi accetta questo tipo di detenzione sottolineando il fatto che si tratterebbe di una sorta di estensione delle condizioni di vita libera degli animali. In condizioni naturali, infatti, non vi sono ripari appositamente realizzati e gli animali devono far fronte alle intemperie attraverso ciò che la natura mette loro a disposizione.
Per quanto apparentemente giustificata, tale posizione, mostra dei punti critici ad una analisi più approfondita.
Innanzi tutto va considerato che qualsiasi animale dimostra una capacità di affrontare le intemperie cercando di proteggersi, evitando cioè sia l'eccessiva esposizione solare sia il freddo intenso o le precipitazioni, pioggia o neve.
In natura questa possibilità non è del tutto negata in quanto gli animali si dispongono sul territorio in base alle opportunità che esso fornisce di far fronte ai loro bisogni, sia alimentari sia di tipo diverso, e difficilmente si determina un affollamento tale da rendere il territorio non più in grado di offrire il necessario. Ne consegue che oltre al cibo, gli animali che popolano un certo territorio, disporranno spazi sufficienti a garantire quelle protezioni naturali, quali alberi o anfratti o altro che possano svolgere una funzione di riparo, sia pure parziale, dalle intemperie.
E' anche giusto sottolineare che in natura la disponibilità o meno di cibo, unita alle negatività ambientali, rientrano in quei fattori di regolazione delle popolazioni (riduzione del numero di individui attraverso la selezione naturale degli esemplari più adatti e forti) che mantengono il numero al di sotto di una certa soglia di guardia, garantendo in tal modo che gli animali di un determinato territorio abbiano, appunto, disponibilità di cibo, acqua, spazio e riparo.
Da ultimo, si deve dire che la vita degli animali liberi non è condizionata da fattori esterni, quali, ad esempio, quelli introdotti dagli umani, svolgono una vita autonoma, indipendente e pagano questa loro libertà con il dover affrontare le difficoltà sia di nutrimento sia di riparo.
Fatte queste osservazioni, è facile comprendere come sia difficile fare paragoni con gli animali che vivono in cattività e come le considerazioni non siano sovrapponibili.
Gli animali abituati a vivere nei ripari non sono in grado di rispondere alle negatività come gli animali liberi, i quali hanno sviluppato questa capacità sia per istinto sia per acquisizione di conoscenze nel corso della vita ed anche per motivi di ereditarietà genetica.
In secondo luogo, si deve ricordare che gli animali non sono totalmente liberi, non hanno a disposizione tutto lo spazio che servirebbe per individuare possibilità di protezione e di aiuto nel territorio, lo spazio è pur sempre limitato dalle necessità del padrone, conduttore, responsabile. E non è detto in quell'ambito ristretto esistano adeguate protezioni. In altre parole il più delle volte non sono presenti quelle caratteristiche ambientali (alberi, dislivelli o anfratti, altro) che possono offrire aiuto e riparo in caso di necessità.
Lo spazio, la ricchezza dell'ambiente, la possibilità di muoversi su un vasto territorio, caratteristiche che offrono le garanzie necessarie, non sono presenti in caso di spazi più o meno ridotti e comunque delimitati.
Per questi motivi non è possibile paragonare la vita degli animali liberi a quella degli animali domestici e neppure proporre la semplice equazione tra gli animali liberi che vivono senza riparo e quelli di allevamento dai quali si vorrebbe una medesima autonomia su questo punto. Il loro istinto in qualche modo è offuscato e non gli è d'aiuto né l'abitudine, né l'esperienza. La loro vita, e quella di generazioni prima di loro, non ha dovuto confrontarsi con certe avversità, non ha affinato la capacità di farvi fronte autonomamente.
Sulla base di queste considerazioni non sembra dubbio che per gli animali che hanno acquisito l'abitudine alla domesticazione diventa preminente il rapporto che essi hanno con l'ambiente "artificiale" che essi conoscono, ragion per cui ad essi deve essere garantito in qualsiasi momento un riparo appositamente realizzato.
In questo modo gli animali potranno decidere autonomamente se stazionare all'aperto o se portarsi sotto il riparo in caso di condizioni negative, per il troppo freddo, per le precipitazioni o per il troppo caldo. Se, pur avendo a disposizione un idoneo riparo, essi permangono all'aperto si può esser certi che l'animale gradisce la situazione e quindi non è in situazione di malessere o sofferenza.
Nel giudicare poi dell'effettivo utilizzo dei ripari si dovrà disporre di un congruo periodo di tempo, per evitare di formulare giudizi avventati o precipitosi.
Rimane da valutare se, in caso di assenza di ricovero, si possa parlare di malessere per gli animali.
Sulla base delle conoscenze attuali, la valutazione del benessere/malessere può essere effettuata con i parametri delle osservazioni etologiche, oppure applicando i parametri delle cosiddette cinque libertà. Le osservazioni etologiche, che in base a comportamenti alterati degli animali rispetto a quelli normali, permettono di giudicare obiettivamente lo stato di malessere non sono di aiuto in queste situazioni in quanto è difficile valutare eventuali modificazioni delle condizioni normali di comportamento.
Un'altra possibilità è quella di utilizzare il rispetto delle cosiddette "cinque libertà" ovvero la soddisfazione di cinque elementi fondamentali che occorre garantire agli animali per soddisfare i loro bisogni basilari.
Nella situazione in questione, si può dire che, quanto meno, non è garantita la libertà dal disagio, ovvero un ambiente appropriato che includa un riparo ed una confortevole area di riposo, secondo la formulazione delle cinque libertà espressa dal Farm Animal Council nel 1992.
In conformità a queste indicazioni si può dire che la condizione di "libertà senza riparo" è sicuramente carente sul piano della garanzia dal disagio, la quale, ovviamente, a sua volta sarà di entità diversa, più o meno grave a seconda delle condizioni generali che si realizzano. In presenza di condizioni atmosferiche molto avverse la situazione dell'animale sarà sicuramente gravemente compromessa, se invece le condizioni non sono del tutto negative il disagio sarà più contenuto.
Una prima conclusione, sulla base di queste considerazioni, è che non sembra proponibile la possibilità di detenere gli animali in ambienti che non consentano la disponibilità di un riparo, il quale può essere più o meno strutturato ma deve essere comunque presente.
Una seconda valutazione è quella relativa alle procedure da adottare per arrivare a questa soluzione.
Il destinatario ufficiale delle segnalazioni è normalmente il Servizio veterinario delle Asl al quale spetta la decisione dell'atto da adottare. Molto spesso i Servizi veterinari sono propensi a giudicare compatibile la permanenza degli animali senza appositi ripari in spazi aperti.
Questa decisione può essere contestata sulla base delle precedenti considerazioni e di situazioni contingenti che possono eventualmente aggiungersi a quelle di carattere generale qui riportate.
I Veterinari dell'Avda sono disponibili a fornire un supporto tecnico per questo fine.
Quali conseguenze si possono ipotizzare sul piano civile o penale?
La nuova legge sul maltrattamento, la 189 del 2004, prevede che il mantenimento in condizioni non rispondenti alla natura e alla etologia degli animali siano sanzionabili anche penalmente come maltrattamento degli animali.
Però la stessa legge prevede, per dare corso al procedimento penale, che sia ipotizzabile il dolo. Ne discende che in caso di prima segnalazione e di richiesta di predisposizione di un riparo non possa essere addebitato il reato di maltrattamento. Solo in caso di successivo controllo il reato può essere ipotizzato proprio perché informato sulla negatività il soggetto avrebbe volontariamente permesso il permanere di una situazione di malessere.
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